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Riproduco le ultime due battute di un  imperdibile dibattito sull’Umanesimo uscito il 17 settembre sulle pagine di Repubblica(Si fa presto a dire Umanesimo,di Massimo Cacciari e Maurizio Ferraris):

MF:” Ci lamentiamo di essere comandati dalla tecnica,ma senza umani la tecnica non ha scopo,perchè non ha vita. Se per ipotesi  accanto a noi venisse seppellito, in un luogo asciutto e sicuro,un computer spento,l’anno dopo lo si potrebbe riaccendere,mentre non c’è modo di rianimare i defunti,per loro l’alternativa on/off è risolta a divinis per l’off. E’ questa irreversibilità che ci rende,tra le altre cose,felici o depressi,interessati o annoiati,assetati di potere o desiderosi di sapere. La fine è nostra, non delle macchine,e così il fine  se,come giustamente ricordi,possiamo avere l’impressione( ma secondo me il difetto è tutto nostro)di non trovare il filo e di essere estraniati a noi stessi.

Non sopravvalutiamoci, ma nemmeno sottovalutiamoci. Le macchine ci porteranno via lavori faticosi e alienanti, ma sta a noi inventare nuovi lavori che ne prendano il posto; farci pagare per il valore che produciamo sul Web; e riconoscere che se anche siamo sostituibili come produttori,siamo indispensabili come consumatori.Possiamo costruire una macchina per fare il sushi, e un’altra per distribuirlo, ma non ha senso una macchina consumatrice di sushi, e  se le prime due esistono e hanno un senso è perchè la terza non ne ha”.

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MC:” Il formidabile processo per cui l’innovazione tecnico-scientifica produce un assetto dei fattori produttivi in ogni settore,a crescente e altissima riduzione del lavoro necessario,è un processo auspicabilissimo , certo.Ma è impossibile considerarlo avulso dal contesto in cui ha luogo. La liberazione dal lavoro necessario era vista,  dal romanticismo ai grandi dell’idealismo, fino a Marx e oltre,come l’insaturazione di un “lavoro dello spirito”  su scala universale. E non come il regno del tempo libero! Non ha senso parlare di liberazione dal lavoro comandato o dipendente se non nella prospettiva di un “lavoro dello spirito”.

La disoccupazione è l’opposto di questo,anche quando venisse retribuita dieci volte il più pagato dei lavori dipendenti. Questo il dramma attuale: si libera lavoro lasciando l’energia del soggetto senza impiego. La società non è organizzata( e neppure pensata!) per impiegare l’energia che il lavoro liberato possiede. L’etica dominante rimane ancora quella del lavoro comandato,della pena del lavoro. Qui vi è una rivoluzione culturale da compiere.E proprio nel segno di un Umanesimo completamente ripensato”.

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Il Web e le innovazioni tecnologiche che porta con sè avranno due conseguenze: cambiare il lavoro e la natura della produzione e farci conseguire una “liberazione dal lavoro”. Sulla prima conseguenza riflette Ferraris, sulla seconda Cacciari.

Ferraris. Andiamo sui social e produciamo dati che ci riguardano,i padroni del Web li registrano e li usano per proporci l’acquisto di prodotti che i dati dicono essere da noi preferiti.Non dovremmo farci pagare per questo lavoro di produzione di dati che fanno poi guadagnare altri? Ferraris sostiene proprio questo sostenendo in sostanza che anche quando siamo consumatori dei prodotti che compriamo in rete produciamo ricchezza per chi guadagna sui dati che produciamo.I cambiamenti tecnologici si ridurrebbero in sostanza ad problema di giustizia sociale e di rivendicazione sindacale come accade nella storia umana tutte le volte che cambiando il modo di produrre i produttori restano senza che il valore del loro lavoro venga riconosciuto e vengono sfruttati.

Cacciari.Con le innovazioni tecnologiche lavoreremo meno perchè molti lavori saranno fatti dagli automi e dai computer,cosicchè saremo almeno in parte liberati dal lavoro.Ma sorgerà un altro problema: avremo solo più tempo libero e si porrà il problema di come impiegarlo:per non fare niente o per sostituire il lavoro faticoso e alienante con il “lavoro dello spirito”? L’umanesimo per Cacciari sarebbe propriamente rappresentato da questo “lavoro dello spirito” che contribuirebbe a ripensare completamente l’umanesimo stesso. Ma cosa s’intende per “lavoro dello spirito”? Sarà l’attività artistica volta alla bellezza?L’ozio filosofico volto alla ricerca della verità? L’intuizione mistica dell’origine della vita e del mondo? Il desiderio di un Bene assoluto? L’amore universale? E se il “lavoro dello spirito” fosse tutto questo insieme facendo dell’Umanesimo un continuo “andare oltre” l’uomo così com’è?

Francesco Campione

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E se diventassimo  più colloquiali?

Vorrei condividere oggi,prima di parlarne insieme nei prossimi giorni, le  recensioni di alcune letture che mi accingo a fare,sperando di invogliare qualcuno a farle contemporaneamente e sentirmi meno solo mentre mi immergo in esse:

1.Gianrico Carofiglio su Robinson del 14 settembre scorso parla di un libro che dev’essere coinvolgente:”La morte Bianca” di Eugenia Rico che racconta la morte di un fratello;

2.Alessia Rastelli  sulla Lettura del 15 settembre  intervista Naomi Klein sul suo ultimo libro: Il mondo in fiamme (Feltrinelli) nel quale si sostiene che abbiamo solo 11 anni per salvare il mondo dalla catastrofe ecologica;LvYuan-ggx Da donna Tac Finta pelle Prima Estate Autunno A stiletto Viola Gituttio Marronee Rosso verde 10-12 cm, arancia, us5 eu35 uk3 cn34LvYuan-ggx Da donna Tac Innovativo tuttia s ava Vernice Prima Autunno Matrimonio Serata e festa Innovativo tuttia s ava Con diauomotini Fibbia, bianca, us7.5 eu38 uk5.5 cn38.

3.Gianfranco Ravasi recensisce sul Sole 24 ore(15 settembre) da par suo il libro di un teologo: Francesco Brancato,La Schiena di Dio(Jaca Book),che si riferisce a quel che Dio dice a Mosè(Esodo):”Ti porrò nella cavità di una rupe e e ti coprirò con la mano finchè non sarò passato.Poi toglierò la mano e vedrai le mie spalle,ma il mio volto non si può vedere”. Ravasi riporta anche la spiegazione di  Martin Buber:”Tutte le cose storte e contraddittorie che gli uomini avvertono sono chiamate la schiena di Dio.La sua faccia, invece, dove tutto è armonia, nessun uomo la può vedere”;

4.Franco Lorenzoni  parla di un libro di Luciano Mecacci che dev’essere atroce da leggere: Besprizornye.Bambini randagi nella Russia sovietica 1917-1935(Adelphi).Il sottotitolo della recensione descrive brevemente il contenuto del volume:-Abbandonati dai genitori dopo la guerra civile e le carestie,negli anni venti  7 milioni di minori vivevano per strada.Con testimonianze,poesie,pagine letterarie un volume racconta la loro terribile vicenda-;

5.Giulio Busi  ci invita a leggere il libro di un intellettuale tedesco sull’Astrologia: Aby Warburg, Astrologica.Saggi e appunti 1908-1929(Einaudi). Per tutti coloro che non vogliono più vergognarsi di leggere gli oroscopi.

Vi lascio con un piccolo aforisma:LvYuan-ggx Da donna Tac Innovativo PU (Poliuretano) Prima Autunno Matrimonio Serata e festa Formale Innovativo Con diauomotini FibbiaA, verde, us5 eu35 uk3 cn34LvYuan-ggx Da donna Tac Lustrini Prima argentoo Piatto, argentoo, us5 eu35 uk3 cn34.

Quando sono diventato sordo mi sono consolato con l’adagio ebraico che dice di qualcuno che non può sentire:

E’ sordo come Dio

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Le neuroscienze cognitive combinano la neurobiologia con le scienze (o psicologie) cognitive e comportamentali.
Tali discipline hanno come obiettivo la conoscenza più completa dell’uomo pensante, senziente e agente a partire da una sua stessa parte, il cervello. Si presentano come la nuova scienza del comportamento umano, applicabile non soltanto alla neuropatologia e alla psicopatologia, ma anche ad ambiti diversi come i comportamenti sociali (ad esempio la fiducia), le emozioni, le politiche educative, il diritto o l’economia. Sembrano essere diventate un’expertise (competenza) indispensabile per quanto riguarda un numero crescente di materie.
Esse suscitano un entusiasmo simile a quello di cui è stata oggetto la psicoanalisi non molto tempo fa: se la psicoanalisi pone l’essere umano di fronte ai suoi limiti, le neuroscienze cognitive lo invitano a superarli. Sono un linguaggio dell’azione.
Da che cosa dipende l’autorità della loro expertise?
In che modo le neuroscienze hanno acquisito un tale valore in una grande varietà di ambiti e nell’opinione pubblica?
A tal proposito, propongo un modo di procedere che punti a mettere in luce delle connessioni trascurate tra idee scientifiche e idee sociali. L’idea è che i risultati, quali che siano, non bastino a spiegare il successo delle neuroscienze. Occorre anche che le loro proposizioni corrispondano a delle attese collettive, dunque a degli ideali sociali. La mia ipotesi è che il loro successo poggi sul dato acquisito di un’autorità morale e sociale; ciò non vuol dire che i risultati non contano, ma che mettono concretamente in opera degli ideali sociali potenti ed ordinari che sono cristallizzati o trasfigurati in linguaggi scientifici, psicologici e biologici.
In effetti, le maniere di vedere le cose nelle neuroscienze cognitive sono, certo, vincolate dai concetti e dai metodi delle scienze, soprattutto sperimentali, ma sono anche impregnate di valori morali, di concetti sociali ordinari e di idee comuni- in breve da ciò che la sociologia chiama rappresentazioni collettive. Risiede in ciò l’interesse delle neuroscienze per una sociologia dell’individualismo contemporaneo.
La necessità di un tale approccio si fa tanto più sentire quanto più queste scienze biologiche e psicologiche trattano direttamente affari umani- comportamento, psicologia, mente, ma anche patologia, benessere e malessere.
Il loro successo ci dice qualche cosa di noi stessi in quanto collettività umana. Ma che cosa? E come? La psicologia scientifica, spostando i suoi interessi verso la “soddisfazione” e la “competenza” degli individui, partecipa al cambiamento di sensibilità, all’inflessione democratica che rappresenta il nuovo individualismo della rivoluzione del “personale” che si sviluppa nella svolta degli anni ’60 e ’70. L’ideale democratico della psicologia consiste nel permettere all’uomo ordinario di diventare l’esperto di se stesso.
Uno dei più potenti ideali di questa società dell’autonomia generalizzata è l’individuo capace, quali che siano le sue disabilità, le sue devianze o patologie, di realizzarsi trasformando le proprie disabilità in punti di forza grazie ad una creazione che aumenta il suo valore in quanto persona. Chiamiamolo l’ideale del potenziale nascosto. Esso costituisce un nuovo ideale d’azione che combina le tradizionali virtù del coraggio con quelle, più nuove, della creatività e dell’innovazione consistenti nel socializzare un male incontrollabile, nel farne una forma di vita, cioè un valore di civiltà. Tale ideale è la forma sociale specifica con la quale delle popolazioni diagnosticamente malate, disabili o devianti- trattate fino ad allora all’interno di istituzioni che il sociologo americano Erving Goffman chiamò in un classico della sociologia, Asylums, “istituzioni totali”- sono diventate degli individui capaci non soltanto di conoscere dei risultati, malgrado il male che li affligge, ma più ancora grazie ad esso.
Le neuroscienze cognitive combinano gli ideali tradizionali di regolarità con quelli, nuovi, del potenziale nascosto.
Ecco da dove le neuroscienze traggono la propria autorità morale: alimentare delle credenze collettive alle quali tutti noi accordiamo il valore più grande con le risorse dimostrative ineguagliate della scienza.
Esse sono una scienza dell’azione che nutre, con i valori di rigore della scienza, le nostre aspirazioni allo sviluppo più ampio possibile delle capacità umane in una società perversa dagli ideali della capacità.
Le neuroscienze e le scienze comportamentali alimentano un ottimismo dell’azione, dimostrando che l’essere umano può sempre superare i propri limiti e che nessuno è condannato da un determinismo, che sia biologico o sociale. Il riferimento materialistico alla base biologica, all’assemblaggio neuronale, all’intrapersonale, fa parte dei nostri ideali di dominio di sé e di relazioni sociali stabiliti non perché ne sapremmo ormai abbastanza sui meccanismi neurobiologici, ma perché alimenta il nostro ideale comune e ordinario della trasformazione personale, cristallizzando i nostri concetti di regolarità, di prevedibilità, di costanza e di fiducia più valorizzati in un linguaggio scientifico.
Le neuroscienze cognitive sono diventate uno dei grandi racconti dell’individualismo contemporaneo, combinando gli ideali di regolarità con quelli dell’infinita possibilità di cambiare e di innovare. Tale è l’orizzonte di attese che esse suscitano e da cui traggono una buona parte della loro autorità.

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Si può condividere la tesi generale che Ehrenberg sostiene in questo articolo: le Neuroscienze si affermano non tanto e non solo per il loro contenuto scientifico quanto piuttosto perché corrispondono allo spirito dei tempi attuali che sarebbero caratterizzati dal pensare che l’uomo avrebbe in sé un “potenziale nascosto” che lo metterebbe in grado di superare i suoi limiti strutturali (quelli del suo organismo anche quando affetto da qualche malattia). In questo senso le Neuroscienze esprimerebbero un punto di vista opposto a quello della Psicoanalisi che, a sua volta, avrebbe avuto successo nell’epoca precedente alla nostra, perché condivideva con lo spirito dei tempi l’esigenza dell’uomo di prendere coscienza dei propri limiti e di accettarli.
Mi sembra che in entrambi i casi bisognerebbe pensare allo spirito dei tempi, qualunque esso sia, come ad uno sfondo più complesso e più dinamico degli approcci antropologici che di volta in volta vi si affermano.
In altri termini, non credo che sia mai esistita una realtà umana completamente dominata dall’esigenza di percepire e superare i limiti né completamente dominata dalla consapevolezza di poterli superare.
Non direi quindi che gli approcci emergenti di volta in volta (Psicoanalisi, Neuroscienze, ect.) si affermano grazie allo sfondo da cui si sviluppano e prendono origine, potendo sostenere anche il contrario e cioè che gli approcci dominanti nell’affermarsi fanno percepire lo sfondo in modo ad essi coerente. Ne deriva che la cultura di un’epoca che sia dominata dalla Psicoanalisi, dalle Neuroscienze o da qualsiasi altro approccio possibile, andrebbe considerata come il risultato di una dialettica tra figura e sfondo inestricabilmente connesse e non separabili. È così che si spiega la dinamica dell’evoluzione culturale, come accade ad esempio allorché l’antropologia della Psicoanalisi, che concepisce l’uomo come determinato dai suoi limiti inconsci, non dura in eterno nonostante la sua coerente risonanza con lo sfondo storico-sociale, ma, proprio approfondendo la sua “verità” (l’uomo determinato), scopre di potersi abbandonare per liberarsi ai suoi determinismi trascorrendo così nell’antropologia opposta (l’uomo può superare i suoi limiti attraverso il suo potenziale nascosto): la quale, a sua volta, approfondendosi scoprirà altri limiti, e cosi all’infinito.
Francesco Campione

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Capita ogni tanto che il benessere nel mondo si affidi all’assenza degli psicoanalisti.
“La prima cosa bella”, rubrica di “LA REPUBBLICA” curata da Gabriele Romagnoli, ha riportato di recente la notizia di un fatto sorprendente accaduto a Sanguinetto, provincia di Verona. Alle Europee aveva vinto la Lega. Ma alle comunali ha vinto in modo netto, contro ogni aspettativa, il candidato, quasi di bandiera, del centrosinistra. Con una partecipazione al voto alta: il 71%.
“Miracolo” che il titolare della rubrica, laico convinto, ha voluto spiegare con una dissociazione di massa dagli psicoanalisti che, pure a Sanguinetto, infesterebbero lo spazio della Polis. Secondo la sua ispirata narrazione, il neoeletto sindaco per andare a mettersi la fascia avrebbe disdetto il suo appuntamento con l’analista. Morale della favola: “Il problema degli psicanalisti è che ti inducono a cercare il trauma e non la felicità dimenticata, finendo per convincerti che hai avuto una vita traumatica e infelice.”
Il sostenitore del “sentire e pensare positivo”, non se la prende con i trainer delle idee, dei comportamenti e dei gusti che regnano imperturbati nel nostro quotidiano. Nel suo mirino sono proprio gli psicoanalisti. È antisovranista, antileghista fiero, eppure condivide con i suoi avversari la stessa idea, che falsifica la realtà, di una “felicità dimenticata”: una “fake news” permanente che inventa il passato, occupa il presente e cancella il futuro. Per i xenofobi e i razzisti i nemici sono i migranti che appestano il nostro sacro suolo, per il progressista che sente di avere nelle mani il segreto per sconfiggerli, il nemico è il dolore che c’è nel mondo e l’esigenza di prenderne cura.
Con questa “schizofrenia” del pensiero e dei sentimenti, che da una parte combattono i “barbari” e dall’altra parte condividono i loro miti fondativi, non è per niente strano che nel nostro mondo non avanza la felicità bensì l’infelicità bieca. Sanguinetto e le tante altre eccezioni ci dicono che la partita non è chiusa, che la grave involuzione politica e culturale in cui viviamo è reversibile, a condizione di riconoscere e rimuovere le cause della comune infelicità – la colonna portante dell’astensione dalla vita. Ciò non avviene invitando i cittadini a coltivare la loro perduta innocenza e felicità nel giardino di casa.LvYuan-ggx Da donna Tac Stivali PU (Poliuretano) Prima Casual Stivali Bianco Nero Marronee 12 cm e oltre, bianca, us8.5 eu39 uk6.5 cn40LvYuan-ggx Da donna Tac Suole leggere Cuoio pieno fiore Estate Casual Formale Footing Suole leggere Fibbia A cono Nero Beige Gituttio 5-7 cm, beige, us6 eu36 uk4 cn36
La “prima cosa bella” può avere un senso puramente retorico: la nostalgia che guarda al passato, pensando di afferrare, per effetto magico, l’avvenire. Oppure, può avere un senso metaforico: rappresentare la permanenza del nostro aprirsi al mondo -che i nostri incontri iniziali con la sua bellezza hanno creato-, la meraviglia/esposizione delle prime esperienze che guardano, nostalgicamente, al futuro. Ciò che di bello c’è stato, lo è e lo sarà nel luogo della potenzialità in perenne evoluzione dell’esperienza che non si fa schiava della concretezza (della cosa che realizzata finisce, evapora) perché non è immune alla sofferenza.
Nessuno può essere felice se non riesce a soffrire. La bellezza non è anodina, la felicità non è anestesia. Conoscono i traumi: la forza di “Guernica” o della “Passione secondo Matteo” stanno nello sprigionamento della complessità e profondità piacevole della vita che sfida la morte. La presenza del dolore ci dice che siamo vivi, che la necrosi non ha vinto, la sua stagnazione, spesso sorda, segnala il suo funzionamento come ottundimento. La psicoanalisi non lo inventa, se ne prende cura, come la stregoneria, lo sciamanesimo, la religione, la psichiatria. Cerca di non racchiuderlo nei circuiti nervosi, nelle cause genetiche, nel demoniaco, nei comportamenti. Di non limitarsi a lenirlo o a reprimerlo, ma farlo fluire, renderlo fecondo.

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La possibilità che gli stessi elettori da una elezione all’altra passino dall’essere conservatori all’essere progressisti e viceversa, si baserebbe sul fatto che hanno in comune il rapporto che stabiliscono tra il trauma e la felicità dimenticata. Significherebbe, in altri termini, che votano conservatore o progressista associando alla preferenza una felicità dimenticata e all’alternativa scartata un trauma. Secondo Thanopulos ciò equivarrebbe a sostenere che, nel rapporto fra felicità dimenticate e traumi, tutti, conservatori e progressisti, tendono a privilegiare l’idea che si desidera sempre ripristinare una felicità dimenticata piuttosto che superare un trauma. Facendo l’esempio della paura dello straniero (migrante), essa seguirebbe sempre un’epoca felice vissuta nel giardino di casa prima dell’invasione dei “barbari”. In questo senso, bisognerebbe evitare lo psicoanalista che sembra invece indurre a cercare il trauma e non la felicità dimenticata. Thanopulos non è evidentemente d’accordo e propone un modo di considerare il rapporto tra la felicità e il trauma che non li mette in contrapposizione ma li fa “collaborare” in modo da non limitarsi a lenire o a reprimere il dolore del trauma ma a “farlo fluire rendendolo fecondo”.
La domanda che si impone è la seguente: basterà per rendere fecondo il trauma e non limitarsi a lenire il suo dolore o a reprimerlo, farlo fluire come tenta di fare la Psicoanalisi, oppure sarà necessario attraversare il trauma facendosi mettere in crisi da esso in modo da intravedere un “al di là” di ciò che traumatizza acquisendone un significato nuovo?
Stando sempre nell’esempio del trauma dei migranti che invadono il giardino di casa turbandone la felicità, si tratterebbe più che di farne fluire il dolore vivendoselo e fecondandone la vita, di farsi interrogare da esso per ospitare i nuovi arrivati nel giardino di casa con l’effetto di produrre una nuova umanità.

Francesco Campione